- Alla mia mamma -

MARK SINK_CanovaNude

Lunedì 18 dicembre 2006

La mia mamma se n’è andata.
Lunedì 4 dicembre 2006, lei, il babbo ed io ce ne stavamo in casa nell’appartamento di New York dove ci siamo installati al nostro arrivo il 3 novembre scorso. Io ero in camera mia a studiare, mamma se ne stava in salotto con papà e verso le 22:00 si è sentita male. Di lì a poco si è accasciata, e non abbiamo potuto parlarle più.
Corsa disperata all’ospedale. Due giorni in rianimazione. Ha fatto un ictus cerebrale. Mercoledì 6 dicembre, alle 21:20, è morta.

L’abbiamo riportata a Firenze domenica 10 dicembre in una bara. All’areoporto un gruppo di persone care ci attendevano: mio fratello e la sua ragazza, i nonni, tutti gli zii che abitano in Italia, Daniela e Francesca - amiche mie fin dall’infanzia - insieme a Marco, qualcun altro forse, ma non ricordo. Ero stordita, confusa, faticavo a reggermi in piedi, lottavo contro la tendenza a svenire in ogni momento. Cecilia, la mia sorellina di 5 anni non c’era. Cecilia, mio Dio! Cecilia doveva ancora saperlo. Toccava a noi, al babbo dirglielo. Oddio!
Ci hanno accolti, sorretto, avvolti con tutto il loro amore. Hanno preso in mano la situazione. Con le auto, al seguito del carro funebre di mamma, siamo andati nella nostra casa. Una stanza era stata preparata per accogliere mamma. Molti fiori, paramenti funebri abbastanza lontani dai consueti della tradizione cattolica. C’erano molte candele profumate sempre accese, quasi a voler trasmettere calore laddove invece s’impone il freddo della morte. Erano dominanti i colori chiari e pastello, come piaceva a lei. La sorella più cara di mamma aveva predisposto tutto: martedì 12 dicembre la cerimonia buddista, mercoledì la cremazione e la tumulazione dell’urna nella tomba di famiglia.

Da lunedì 4 dicembre ogni istante della mia vita è stato solo con lei, con la mia mamma. Non so tradurre in parole i miei pensieri e le emozioni. Mi sento confusamente sempre con lei. Quando ora in qualche istante della giornata la mia attenzione viene catturata da qualcos’altro e poco dopo mi accorgo di questo, subito mi stupisco, inorridendo, di essermi anche per pochi istanti allontanata da lei. Inorridisco non perchè mi senta in colpa, ma quasi perchè mi sembra di aver bisogno della sua vicinanza come l’aria che respiro, quasi non potessi sopravvivere senza che lei sia con me. E’ difficile tradurre in parole. Ci provo, ora.

Voglio scrivere della mia mamma. Voglio ogni giorno venire qui e parlare di lei, finchè ne sentirò la necessità.
Nella bara, qualche istante prima che la sigillasero, ho messo sotto il cuscino su cui poggiava la sua testa una lettera che avevo scritto poco prima a lei e per lei, per me, per noi. Era il mio ultimo saluto prima di non poter mai più vedere il suo corpo neppure da morta. Era così bella anche lì. Tutti quelli che l’hanno vista nella camera ardente a New York lo dicevano. Era bellissima. Aveva qualcosa di misteriosamente regale e sembrava stesse dormendo in piena serenità. Ma io sentivo il bisogno di tenerle la mano, di accarezzarle il volto: erano terribilmente freddi, ciononostante non potevo trattenermi dal darle gli ultimi baci, tanti piccoli baci accompagnati dalle stesse dolci parole che tante volte lei aveva sussurrato a me coccolandomi.
Ma io ho bisogno di parlarle ancora, probabilmente avrò bisogno di parlarle sempre, ma adesso in modo urgente, inderogabile, indispensabile.

Voglio far seguire qui una lettera aperta a te, mia adorata e amatissima mamma.
Voglio dedicarti i miei pensieri, i miei ricordi … che usciranno forse in forma confusa oppure ordinata … non so … come verranno. Spero che possano diventare gioiosi, limpidi, chiari, colorati, come eri tu, mamma.

Mamma, mamma, mamma, mamma …
Vorrei quasi gridare questa parola, questa parola che invece mi si spegne in gola attanagliandomela perchè non potrò più chiamarti e perchè l’ultima volta che l’ho fatto non sapevo che era l’ultima.
Oddio …
Devo fermarmi.
Mi sento male.
Mi manca il tuo odore.
Devo avere pazienza.
Ogni giorno un po’.
Sì, un po’ ogni giorno cercherò di tornare a galla con te.

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Martedì 19 dicembre 2006

Oggi non ce la faccio, mamma
Mi fa male tutto
E’ come se mi avessero scuoiato
ho carne viva al posto della pelle
anche un lievissimo soffio di vento
giunge a me come un ferro rovente che mi sta marchiando
scusa mamma
faccio quello che posso

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Mercoledì 20 dicembre 2006

La nostra storia, la mia e la tua, comincia nella tua pancia.
O meglio, la mia comincia nella tua pancia.
La tua con me comincia molto prima.
Fin da giovane desideravi avere figli, e così pure papà. Appena laureati infatti avete messo al mondo Roberto, ancor prima di sposarvi. La nostra nascita è stata desiderata, immaginata, voluta molto tempo prima che arrivassimo.
Papà ci diceva sempre, però, che quando ci scarrozzavi dentro di te non eri una di quelle donne che fanno della loro maternità il centro di ogni attenzione. Emanavi il fascino di chi custodisce in sè qualcosa di grande e misterioso, ma in modo semplice, senza darsi tante arie.
In quanto a me, mia amatissima mamma, seppure non ne conservi il ricordo cosciente, sento vivamente il legame corporeo che ci ha unite. A volte m’è parso di percepire il tepore e la sicurezza e l’amore che mi avvolgeva tutta mentre albergavo comodamente dentro di te.

pancione

La mia storia comincia lì, un piccolo ovulo fecondato che inizia a svilupparsi nel tuo ventre.
E’ pure documentata! Non penso alle analisi mediche o alle ecografie. E’ documentata attraverso i diari a me dedicati in cui hai narrato la mia vita pre-natale e fino a che non ho compiuto sei anni, fino a quando cioè mi hai insegnato a tenere il mio diario di bordo da sola.
I tuoi quaderni da incinta sono i miei più cari. Mi hanno permesso di percepire (quasi sentendole veramente) le parole con cui mi parlavi finché non mi sono messa respirare in questo mondo in quel di Roma. Attraverso essi mi mettevi al corrente della stanzetta che mi stavi preparando, degli acquisti che facevi per me, della gioia condivisa con papà, e della tua gioia personale quando hai saputo che ero femmina, delle fantasie che t’eri fatta nel rapporto con la tua bambina, dopo che avevi già partorito un bel maschietto che stavi coinvolgendo e preparando alla mia venuta.

Al momento del parto ti ho fatto soffrire. Avevo il cordone ombelicale che mi stringeva il collo, sicché ti hanno portata in una fredda sala operatoria per portarmi a vedere la luce grazie al bisturi di un taglio cesareo.
Ma alla fine sono giunta, il 12 dicembre. Tu dicevi sempre che ero stata il più grande dono che avevi ricevuto per Santa Lucia, festa che sentivi tanto grazie alle tue origini venete.
Hai cominciato a nutrirmi col tuo seno, e con tutto il tuo amore, sempre.

allattamento

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Venerdì 22 dicembre 2006

Ieri non ce l’ho fatta a scrivere, mamma.
Però oggi volevo dirti che papà è bravo e che ti sei scelta il migliore degli uomini possibili.
Sta male, puoi immaginarlo, ti ha sempre amata più di ogni altra cosa al mondo.
Quest’ anno, dal momento del tuo incidente in auto, ha sempre tenuto duro, ha fatto tutto ciò che era in suo potere per affrontare al meglio la situazione. Ha saputo donarci anche gioia e spensieratezza in quelle circostanze, nonostante lui stesso ne fosse terribilmente affranto. Ma quando te ne sei proprio andata, è crollato. A New York, ed anche quando siamo tornati a Firenze, era un uomo distrutto, e a guardarlo pensavo che lo sarebbe stato irrimediabilmente per sempre. Ognuno di noi, lui, io, Roberto, eravamo ciascuno chiusi nel nostro dolore; camminavamo e ci parlavamo con la paura negli occhi e il timore di farci male ancor di più l’un l’altro se lo avessimo manifestato. Al ritorno è stato papà a dirlo a Cecilia. I nonni lo hanno poi aiutato: riescono a raccontare a Cecilia che sei in un mondo fantastico e meraviglioso, glielo descrivono nei particolari coronandolo delle più straordinarie e belle cose immaginabili per una bambina. Persino io mi rifugio in questi racconti e in tanti momenti voglio credere veramente che tu sia in un luogo come quello descritto dai nonni.
Ciò nonostante fra noi è stato difficilissimo relazionarci sulla tua morte.
Fino a ieri.
Ieri è accaduto qualcosa di importante.
Qualche giorno fa avevamo fatto l’albero di Natale e iniziato a mettere sotto i regali. Verranno tutti da noi, i nonni, gli zii, persino la ragazza di Robi, la Dani e la Chicca. Ci stavamo sforzando tutti, ma né io, né papà, né Robi osavamo dire ad alta voce che sarebbe stato il primo Natale senza te. Ci sforzavamo, muovendoci un po’ come degli automi, ma con questo atroce pensiero nel cuore.
Fino a ieri.
Ieri ci siamo ritrovati in casa a porre altri regali sotto l’albero, al chè Cecilia ha preteso le si leggessero i nomi sui bigliettini perché voleva sapere per chi fossero. Ad un certo punto ha cominciato ad urlare chiedendo dove fossero quelli di mamma, dicendo che eravamo degli idioti (sì, ha detto proprio idioti a 5 anni) perché se anche la mamma stava altrove non per questo non dovevamo mettere i suoi regali. Io e papà abbiamo in un primo momento cercato di dirle qualcosa, poi papà non ce l’ha fatta più, ha iniziato a piangere come un bambino davanti a noi, e noi pure, il babbo ci ha fatto segno di avvicinarci a lui, ci ha abbracciate e abbiamo pianto insieme.

lacrima


Finalmente.
Finalmente, mamma.
Finalmente ce l’abbiamo fatta a non nasconderci fra noi quanto ci manchi dietro le buone maniere.
Ci ha fatto bene. Papà si è sciolto, e noi pure. Ci ha fatto bene.
Ma tu già lo sai, perché sono convinta che tu ci stia accompagnando e guidando.
Grazie anche per questo mamma.

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Sabato 23 dicembre 2006

Non riesco a togliermi di mente questa poesia oggi pensando a te.

Te la dedico.

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C’è ancora il fuso orario americano qui.

Lo lascio per ora.

Lì il tempo si è come fermato.

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Lunedì, 25 dicembre 2006

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ovunque tu sia,

in tutti i cuori

che ti amano

e che ti pensano

Hhh

 

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Martedì, 26 dicembre 2006

 

Eccomi qui mamma.
E’ molto tardi, sono le due di notte e quindi è già il 27, ma sono tornata da poco.
Sono stata fuori con Marco tutto il pomeriggio e la sera.
Mi ha scarrozzata in giro per tutte queste ore. Siamo stati al cinema e a cena in un agriturismo un po’ fuori città con Chicca e altri amici.
Mi vuole un sacco di bene, veramente tanto.
Anch’io lo amo, ma faccio fatica a riemergere senza di te.
Avrebbe dovuto venire a NYC per Natale e poi avremmo fatto un viaggio insieme per gli States, se tutto fosse andato come avevamo previsto.
Siamo tutti qui a Firenze, invece.
Oggi mi ha proposto di andare via qualche giorno con lui, nella casa al mare dei suoi o in qualsiasi altro posto. Penso che accetterò. Mi è sempre piaciuto il mare d’inverno e quella casa in provincia di Grosseto mi è familiare perché ci siamo già stati in ottobre.
Dice che mi farebbe bene, così poi mi riuscirà di decidere cosa farò nel mio prossimo futuro. Io non ho voglia di tornare a NYC, e non so se mi va di restare a Firenze.
Daniela mi ha proposto di andare a Bologna e di riprendere il Liceo con lei. Ai suoi farebbe piacere avermi a casa loro; e lì ci sarebbero anche Robi e Marco.
Non so ancora, mi sento confusa.
Ora sono anche molto stanca e non riesco, come invece pensavo, a riprendere qui a scrivere di noi, continuare da dove sono rimasta e ripercorrere la mia infanzia.
Lo farò nei prossimi giorni.
Ora vorrei tanto ricevere il bacino della buona notte da te, come accadeva ogni sera.
E immagino che sia così, accostando un cuscino caldo alla mia guancia.

Dormi bene, mamma. Anch’io cercherò di chiudere serenamente gli occhi stanotte.

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Mercoledì, 27 dicembre 2006

 

Antonio Canova - Ninfa dormiente_sfondoB

RosaBianca

Oggi ho sentito la necessità di venire a Trespiano a portarti delle rose bianche. Ti piacevano tanto. A dir la verità le rose erano un desiderio, la necessità di venire lì era altro: avevo bisogno di un contatto con te da vicino. Sentivo la tua mancanza fisica in modo prepotente stamani e continuavo a cercarti ovunque, a volte credendo di ritrovarti sotto forma di nuvola in cielo, a volte fra le piante in giardino sfiorando i rami dei cipressi o accarezzando le foglie di alloro, e ancora in un raggio di sole che mi cadeva dolcemente addosso o nel vento freddo ma secco della giornata di oggi. Un’inquietudine mai conosciuta mi abitava tutta, insieme a una domanda che emergeva involontariamente e continuamente da dentro: dove sei, mamma?

A un certo punto mi sono un po’ calmata quando ho capito che avevo bisogno di venire da te, dove sei ora. Non potevo rimandare, dovevo venire subito, e da sola. E così ho fatto.

Ho scoperto in prima persona, e non intellettualisticamente, l’importanza di una tomba su cui andare a dialogare.
Ho pensato molto a questo e alla morte oggi, serenamente, aiutata dalla dolcezza collinare di Trespiano, e anche dalla grandiosità della valle che si apre davanti a Monte Morello. Oggi mi sembrava persino chiarissimo perchè l’hanno definita la Valle di Giosafat fiorentina.

Venendo da te in cimitero mi sono pure imbattuta nella tomba del brigatista Mario Galesi. Io non so giudicare il suo operato, ma lì, sul suo ceppo, era riportata una bella citazione di B. Brecht, questa: “I deboli non combattono, quelli più forti lottano per un’ora, quelli ancora più forti lottano per molti anni, ma quelli fortissimi lottano per tutta la vita. Costoro sono indispensabili”.

Ero assorta in tanti pensieri e mi tornavano in mente le parole di Tiziano Terzani ne La fine è il mio inizio, quando chiacchierando con suo figlio intorno alla morte che incombeva su di lui, diceva che non c’è da guardare alla morte con tristezza, chè a ben guardare noi tutti viviamo camminando in ogni momento e ovunque su un cimitero perchè la straordinaria moltitudine di esseri umani che se ne sono andati nel corso dei secoli sono lì, dispersi nella terra sotto i nostri piedi.

E poi venendo verso di te ripercorrevo i versi Dei Sepolcri di Foscolo. Alcuni li ho sentiti fortemente miei, e con essi, laddove Foscolo celebra Firenze, ho compreso che sono contenta che tu possa riposare in questa città in cui, come il poeta dice, la luna, lieta della sua aria serena, illumina i suoi colli in festa per la vendemmia; le valli intorno, piene di case e di uliveti, mandano profumi di fiori in cielo. Firenze che, per prima, ha ascoltato la Divina Commedia di Dante e ha dato i natali e la lingua a Petrarca dalla poesia dolce!
Tu amavi le lettere, mamma, soprattutto le classiche. Me l’avevi fatta imparare a memoria. Ricordi?

Ti lascio i versi che oggi di più mi hanno unita a te ,come lui dice, in uno scambio di affetto celeste fra i vivi e i morti.

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
Confortate di pianto è forse il sonno
Della morte men duro? [...]

[...]

Non vive ei forse anche sotterra, quando
Gli sarà muta l’armonia del giorno,
Se può destarla con soavi cure
Nella mente de’ suoi? Celeste è questa
Corrispondenza d’amorosi sensi,
Celeste dote è negli umani; e spesso
Per lei si vive con l’amico estinto
E l’estinto con noi
, se pia la terra
Che lo raccolse infante e lo nutriva,
Nel suo grembo materno ultimo asilo
Porgendo, sacre le reliquie renda
Dall’insultar de’ nembi e dal profano
Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
E di fiori odorata arbore amica
Le ceneri di molli ombre consoli.

[...]

[...] Ahi! sugli estinti
Non sorge fiore ove non sia d’umane
Lodi onorato e d’amoroso pianto.

[...]

Lieta dall’äer tuo veste la Luna
Di luce limpidissima i tuoi colli
Per vendemmia festanti, e le convalli
Popolate di case e d’oliveti
Mille di fiori al ciel mandano incensi:
E tu prima, Firenze, udivi il carme
Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,
E tu i cari parenti e l’idïoma
Desti a quel dolce di Calliope labbro
Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
D’un velo candidissimo adornando,
Rendea nel grembo a Venere Celeste:
Ma più beata chè in un tempio accolte
Serbi l’Itale glorie [...]

[...]


Sei sempre con me, mamma.

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Giovedì, 28 dicembre 2006

Dal tuo testamento aperto oggi:

  • «Lascio i miei diari e le mie lettere a Giulia. Non me ne vogliano per questo gli altri miei figli, che tutti amo profondamente, ognuno con le sue proprie doti e i propri difetti. Giulia ama leggere e scrivere e ha sempre considerato uno scritto autografo il regalo più grande che le si potesse fare, perciò desidero che quanto ho scritto di mio pugno rimanga a lei.»

Grazie mamma.

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Venerdì, 29 dicembre 2006

libri001

L’amore per la lettura me l’hai trasmesso tu, mamma.
Dicevi sempre che il gusto per il romanzesco è ciò che dona alla vita il giusto tocco di straordinarietà.
I miei ricordi si perdono nelle sere in cui mi raccontavi o mi leggevi le favole da piccina.
Dolcissimi ricordi.
Poi non so come hai fatto a fare certe cose. Mentre io ero ancora piccola avevi deciso di prenderti una seconda laurea. Eravamo a Torino, se non sbaglio. Dopo le lettere antiche ti interessava la filosofia. Ricordo che in certi momenti, durante il giorno, ti spiavo di nascosto mentre stavi studiando. Ero un po’ gelosa di quei libri e la sera ti tartassavo chiedendoti cosa avevi fatto. Mi spiegavi che avevi studiato perchè volevi fare degli esami. E siccome per me i libri erano solo quelli dei bambini con tante illustrazioni, la mia richiesta era perentoria: “Alloa aaccontami quello che hai ttudiato!”. Allora tu mi mentivi e mi dicevi che avevi studiato La Bella addormentata nel bosco o Il Gatto con gli stivali di Perrault, oppure Il Soldatino di stagno o Il Brutto Anatroccolo di Andersen, Alice nel paese delle meraviglie di Carroll, Kimba, il Leone Bianco di Osamu Tezuka, Gli Uomini di Burro di Gianni Rodari, più spesso Pinocchio di Collodi, che era la mia preferita e che non mi stancavo mai di sentire. Le cose si son fatte più dure quando ho imparato a leggere, peraltro prima ancora di andare a scuola. Allora sbirciavo sulla tua scrivania mentre studiavi e poi alla sera: “Bugiadda mamma! Non si chiamava così il libro di oggi. Si chiamava Aut Aut”. Questo di Aut Aut me lo ricordo benissimo. Mi piaceva il suono delle due parole. Ricordo benissimo anche che quella sera tu ti sei messa proprio a ridere, mi hai chiesto di perdonarti per la bugia e hai inventato seduta stante un racconto con tanto di signor Wilhelm e Don Giovanni. Aut Aut di Kierkegaard, appunto! Ma in versione per bambini! Mi era piaciuta un sacco e te l’ho chiesta tante volte, poi.

Quando poi è arrivata Cecilia - Roberto ed io eravamo già grandini – tu hai ripreso con le favole.
Adesso lo faccio spesso anch’io con Ceci.
Penso a come me le raccontavi tu e cerco di emularti.
Però confesso che questo è un problema, mamma.
Già da quando hai fatto l’incidente Cecilia tende a proiettare su di me richieste che si fanno a una mamma, ed io pure, per la verità, con lei mi sento calata in questo ruolo. Adesso ancor di più.
Il problema è che non so se questo sia giusto, sia per lei che per me.
Per gennaio ho preso di nuovo appuntamento con la strizzacervelli. Se resterò a Firenze e anche se andassi a Bologna, dove pure ha uno studio, non ci sarebbero problemi a fare una terapia con lei. Spero che possa aiutarmi, sia a superare la tua perdita che a trovare il modo migliore per comportarmi con tutti.
Lo spero.

Ti amo mamma.

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Domenica, 31 dicembre 2006

Oggi pomeriggio l’ho ascoltata tutta davanti al camino insieme a Marco. Ti piaceva tanto Carmina Burana. Anche a noi.

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Martedì, 2 gennaio 2007

 

tramonto.jpg

Ciao mamma,
sono a Castiglione della Pescaia con Marco. Ho quasi paura a dirlo, ma sto benino.
A San Silvestro sono venuti alcuni amici tra cui la Chicca. Eravamo nove in tutto. L’abbiamo trascorso senza eccessi, io se non proprio felicemente almeno serenamente.
Ero un po’ preoccupata per il babbo prima di partire. Lui ha insistito perché venissi qui dicendomi che mi avrebbe fatto bene. Mi ha proibito di stare con lui, come invece avevo pensato di fare.
Mi chiedo spesso se mi stia mentendo, mamma. Dice che se la cava, che ce la fa, ma non posso fare a meno di domandarmi se lo dica solo per rassicurarci.
Non ha voluto andare da nessuna parte la sera di San Silvestro. Però ha fatto una cosa bellissima. Si è offerto come baby-sitter per alcuni/e amichetti/e di Cecilia, così ha organizzato una festicciola per loro. Un altro papà e un’altra mamma lo hanno aiutato e sono rimasti lì fino alla mezzanotte. Poi tutti a letto. Cecilia era contenta ed ha ospitato nella sua cameretta un paio di bimbe che sono rimaste fino al giorno dopo.
Mi sono chiesta come stesse il babbo dopo che se ne sono andati tutti e dopo che le piccole si erano addormentate. Non ho osato chiederglielo per telefono, non so neppure se ce la farò di persona. Che posso dirgli? Forse semplicemente E tu, babbo, come stavi?, guardandolo negli occhi. Spero che gli sia rimasta dentro la spensieratezza dell’infanzia e che la stanchezza di star loro dietro l’abbia fatto crollare così da poter dormire senza lasciarsi andare a ricordi troppo dolorosi.
Dal canto mio, molte persone mi stanno aiutando. Marco è molto premuroso, mi riempie di coccole e di amore.
Qui a Castiglione si sta bene. La casa è calda, mi ricorda la classica casa della nonna e non manca nulla. Nemmeno un computer, ovviamente. Nelle case di Marco e dei suoi ce n’è uno ad ogni angolo. Suo padre è stato uno dei primi programmatori, oltretutto della Apple. Credo che sia la cosa di cui va più fiero Marco riguardo al suo babbo.
Ce ne stiamo spesso sdraiati sul tappeto davanti al camino, oppure a fare passeggiate lungo il mare.
Oggi era una bella giornata, limpida e soleggiata, e siamo anche usciti col gommone per quasi due ore.
Siamo rimasti al mare fino al tramonto.
Sentivo che c’eri anche tu in quei colori.
Sentivo che ci sei vicina e che ci stai aiutando.
Mi sentivo un po’ come fossi tu alla mia età, e mi stringevo a Marco con la forte sensazione di volergli bene e quasi con una nuova capacità di accogliere il suo verso di me.

Grazie mamma.

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Sabato, 6 gennaio 2007

Ciao mamma.
Sono stata abbastanza bene in questi giorni. Beh … la felicità è cosa ancora lontana, ma mi sono sentita in pace. Certo, ci sono stati gli amici che sono venuti a trovarci e che siamo andati a trovare, ma il merito, per la verità, è soprattutto di Marco, lo devo riconoscere.
Comunque vada fra noi in futuro, non potrò mai dimenticare quanto mi è stato vicino in questo periodo, quanto si sia prodigato affinché io potessi e possa stare bene in ogni momento della giornata.
Sto accumulando un debito di gratitudine enorme verso di lui.
Qui a Castiglione della Pescaia siamo stati al mare, in giro per il paese, abbiamo visto dove abitava Calvino quando vi alloggiava mentre scriveva le Lezioni americane prima che fosse stroncato da un ictus. Già, anche lui da un ictus.
Poi abbiamo vissuto dei momenti tenerissimi anche in casa, leggendo o ascoltando musica, e momenti magici davanti al focolare acceso.
Alla mattina si è svegliato sempre per primo, mi preparava la moka del caffè per quando mi alzavo. Avrebbe voluto anche addormentarsi sempre dopo di me, quasi volesse vegliarmi sempre.
Quando ci corichiamo la sera l’uno vicino all’altro non possiamo non fare l’amore. Sento che mi desidera molto, me lo dice spesso anche, sussurrandomelo piano piano, ed io mi sono lasciata trasportare e cullare da tanto amore. É tutto così tenero, così autentico.
Ciò nonostante sono attraversata da inquietudine a volte e mi adombro repentinamente. Mi manchi terribilmente in alcuni momenti.
Faccio molta fatica ad addormentarmi. A volte fingo di dormire simulando un respiro regolare per permettere a Marco di lasciarsi prendere dal sonno, altrimenti sta sveglio pure lui e mi dispiace.
Ieri sera però sono crollata davvero io per prima. Eravamo stanchi morti per la gita a Saturnia, ma percepivo, senza intuire perchè, che il mio Tato voleva proprio essere sicurissimo che m’addormentassi prima di lui.
L’ho scoperto poco fa il perchè.

In realtà ho fatto una notte tormentata da sogni cattivi. Ti vedevo come ti ho lasciata attraverso un vetro in quel letto della rianimazione. Era tutto immobile: tu, ogni cosa e persona attorno, io. Un’immagine fissa, più che un sogno. Ero molto angosciata, e poco fa mi sono svegliata pregando, a modo mio certo, o meglio, un po’ a modo mio e un po’ a modo tuo, perchè avevo sempre nella mente il mantra che tu ripetevi quando pregavi secondo il rito buddista.
Mi sono alzata, non mi riusciva più di stare nel letto anche se erano solo le cinque. Sentivo terribilmente la tua mancanza, mi sembrava di non poter tollerare oltre quella sensazione che m’attanagliava la gola. Sono andata in salotto, e ho scoperto perchè proprio stanotte Marco non ha ceduto.

Appesa alla trave del camino c’è una calza rossa, piena di cioccolatini, e sotto ci sono tanti pacchetti regalo. Ecco! È passata la befana per il camino e non ha lasciato la calza col carbone!
Ancora una volta Marco ha voluto aiutarmi. Scommetto che se anche mi fossi svegliata come di solito stamattina, lui non si sarebbe alzato prima di me. Ha voluto prepararmi di nascosto la sorpresa. Ha intuito che oggi per me sarebbe stato un giorno durissimo, perchè io non posso dimenticare che oggi è un mese che ci hai lasciati.


Ma il nostro amore resterà sempre, mammina cara, per eoni di eoni, senza poter mai finire.

Grazie mamma, per avermi messa al mondo, per avermi insegnato a vivere, per avermi trasmesso la forza di guardare il cielo e il mare e gli occhi di chi ci è vicino per poter guardare al futuro.

Ti amo e ti amerò all’infinito come nessun altro.

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Domenica, 7 gennaio 2007

firenze.jpg

Ritorno a scuola, mamma. Spero d farcela a finire il liceo.
Fino a qualche giorno fa non sapevo ancora cosa fare della mia vita, ma ora penso che questa sia la scelta giusta.
La mamma di Daniela mi aveva invitata ad andare ad abitare con loro a Bologna e di riprendere al liceo Righi. Ha parlato con la Preside, è una sua collega come sai. Sarei andata in classe con Daniela.
Sono stata molto tentata. Daniela è come una sorella per me, e a Bologna ci stanno pure Robi e Marco a fare l’Università.
Il fatto è che a Firenze c’è Cecilia.
Ho parlato a lungo col babbo della nostra situazione. Lui deve tornare a New York, ma ha deciso di starci il meno possibile. Vuole stare con Cecilia finchè è così piccola. Parte a metà gennaio, poi cercherà di abbreviare quanto più possibile la permanenza a NYC.
Insomma, alla fine, penso che sia meglio che rimanga a Firenze, che riprenda il Liceo dov’ero prima e che mi trasferisca con Cecilia dai nonni.
Dopotutto qui, oltre a loro, ci sono Chicca e Hugo a sostenermi. Marco lo posso vedere comunque visto che Bologna è vicina. Così pure Robi e la Dani.
Insomma, le persone più importanti restano comunque vicino a me anche qui.
Ho deciso: resto a Firenze quest’anno. Ho anche bisogno di venire a trovarti a Trespiano.

Tu sei d’accordo, vero mamma?

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Giovedì, 11 gennaio 2007

Sono stanchissima, mamma. Ho ripreso la scuola e si sente.
Adesso devo fare ancora uno sforzo. Preparare le cose necessarie per trasferirci dai nonni quando il babbo parte. Non sarà durissima: devo portarmi solo i libri e le cose personali. Per ciò che serve alla Cecilia ci pensa la sua tata.
Ma volevo dirti una cosa. Una mia compagna di classe ha visto questa pagina e forse anche non ha visto me molto in forma. Allora lei si è sentita in diritto di farmi la predica, di dirmi che ti devo lasciare andare, che così facendo protraggo la tua sofferenza nel lasciare questo mondo e bla bla bla.
Ma che discorsi sono, mamma? Certo che ti lascio andare. Questo non c’entra col bisogno di parlare con te. Ma insomma, come si è permessa quella lì? Che discorsi assurdi. Figuriamoci se io voglio farti soffrire!
L’ho lasciata dire, e non le ho risposto. Sono sicura che anche tu avresti agito così.
Comunque va tutto bene, mamma. Tutto bene. Tu non preoccuparti. Ce la facciamo.

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Sabato, 13 gennaio 2007

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Oggi mi sento proprio a pezzi, mamma.
Non so a chi dirlo e non so neppure se vorrei o riuscirei a dirlo.

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Martedì, 30 gennaio 2007

Mi sto riprendendo, mamma.
La scuola mi ha assorbita molto in questo mese e sto cercando di fare del mio meglio per avere dei buoni voti. Mi sono impegnata tanto, pure in latino, anche se ora non puoi più aiutarmi.
Ricordo, sai, quanto c’eri rimasta male lo scorso anno quando presi quell’insufficienza … proprio io, sì, figlia di una grecista e latinista del tuo livello! Non mi dicesti nulla, non mi hai rimproverata, ma sono sicura che tu ti eri colpevolizzata, probabilmente pensando che mi avevi trascurata per stare un po’ più dietro a Cecilia. E questo mi fece molto male, non l’insufficienza in latino bensì il fatto di averti fatto provare quelle cose, perchè tu, mamma, non avevi colpa alcuna. Quel giorno ripromisi a me stessa che non sarebbe più successo, e finora ci sono riuscita.
Non credo che riuscirò mai a diventare una donna della tua levatura, nè in latino nè in tutto il resto, ma cercherò di fare del mio meglio e di non scordare mai tutto ciò che mi hai insegnato.
Vorrei tanto che tu avessi avuto il tempo di sentirti fiera di me.

Ancora e sempre, grazie.

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Giovedì, 7 febbraio 2007

 

Eccomi mamma.
Volevo fare un po’ il punto della situazione con te, se ci riesco con le parole.
Va benino, si stanno creando nuovi equilibri. Equilibri precari, tuttavia.
Sono cambiate molte cose. Quello che mi pare più evidente in primo luogo è che non c’è più la nostra famiglia. Sì certo, il babbo, Roberto, Cecilia ed io ci siamo ancora, e senz’altro ci sentiamo molto uniti e ci vogliamo un gran bene. Ma la famiglia che eravamo prima non c’è proprio più. Eri tu a tenerla insieme profondendo a noi quella sicurezza e quel calore tipici del sentirsi una famiglia. Anche se Robi era già a Bologna per i suoi studi e papà spesso in giro per il mondo da un po’ di anni per il suo lavoro, eravamo comunque una famiglia nel vero senso della parola. Sento spesso anche ora il babbo via internet con mic e cam, ma non è come quando c’eri tu. Non so come spiegartelo. Tu non avresti mai rinunciato a quella tua comunicazione quotidiana con lui. A volte la sera ci stavi anche delle ore con lui. Per noi era come se fosse a casa, perchè c’era il vostro amore che si diffondeva ovunque, c’eravate voi due. Credo che anche Cecilia, pur nella sua inconsapevolezza di bimba, percepisca questo mutamento.

Adesso mi ritrovo a vivere come immaginavo che avrei fatto a partire dal prossimo anno andando all’Università. E’ un po’ come se vivessi da sola. Certo, sento sempre papà e Robi, ma il nostro rapporto è ora un rapporto fra persone adulte, ognuna proiettata verso un futuro separato. I nonni fanno di tutto per rendere a me e a Cecilia la vita confortevole e per riprodurre quel nucleo famigliare originario che si è sciolto, ma sanno che non possono, nè potrebbero neanche volendolo, sostituirsi a voi. E’ difficile spiegarlo con le parole. Nè tu nè papà siete mai stati dei genitori impositivi, eppure io mi facevo a volte degli scrupoli per dormire fuori la sera, sentendo che la mia casa era quella sotto il tetto dove stavate voi. Adesso non provo queste sensazioni ed ho diciotto anni, sono maggiorenne e i nonni non si permetterebbero mai di vietarmi qualcosa. Praticamente quasi tutti i fine settimana me ne vado nella nostra casa a Firenze con Marco. Siccome è disabitata, è diventata la nostra dependance, il luogo del nostro stare da soli e in intimità il sabato e la domenica. Di fatto non so più quale sia la mia casa. Dai nonni è una situazione transitoria, fino a quando papà non tornerà da New York, ma quando tornerà io avrò forse già finito o starò per finire il Liceo e me ne andrò per continuare i miei studi. Capisci, mamma? Non c’è più la nostra casa, quella che sentivamo che ci apparteneva dentro, e non ne abbiamo ancora ricreata un’altra. Non so neppure se ne ricreeremo un’altra.

Mi sono ritrovata a riflettere anche sulle coincidenze. Tu ci hai insegnato a non badare alle superstizioni, mamma. Io però non riesco a fare a meno di chiedermi se non ci sia un significato simbolico negli eventi. Ieri alcune tue compagne di fede buddista si sono ritrovate per pregare (voi dite recitare) per te e mi hanno invitata. Sono andata e quel canto (perchè un canto sembrava la recitazione del mantra) mi ha fatta sentire serena, anche se io non ho fatto alcuna scelta religiosa. Il mio pensiero è andato alla cerimonia funebre buddista che è stata fatta per te il 12 dicembre. Il 12 dicembre, mamma, il giorno del mio diciottesimo compleanno. Inizialmente ero arrabbiata con la vita per questo. Ripetevo a me stessa “Ma che cazzo di prova di crudele iniziazione è mai questa per diventare maggiorenni!”. Poi anche questi pensieri sono scemati e senza giudicare mi sono ritrovata a constatare la coincidenza delle date: mi sono messa con Marco un giorno che portava il numero 6 (il 6 di ottobre), te ne sei andata un giorno 6 (il 6 dicembre), ti abbiamo salutata il 12, esattamente la somma di quelle due date importanti con la macroscopica aggravante che era il giorno del mio primo compleanno da maggiorenne.
Non ho potuto fare a meno di chiedermi se in questo vi fosse un significato.

Ma forse sto delirando. Non so.
Mi fermo, ora.
Non riesco a reggere troppe cose insieme.

Sappi che io ti amo sempre immensamente e che sei con me in ogni momento.

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Lunedì, 12 febbraio 2007

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Papà s’era preoccupato per quello che avevo scritto qui sopra, sia per il mio sentire che non ho più una famiglia sia per le elucubrazioni sulle date. Ci siamo parlati a lungo e mi sta aiutando moltissimo nel costruire un nuovo equilibrio. Il suo amore in primo luogo, molto più di ciò che mi sta insegnando la psicoterapeuta, è ciò che mi fa sentire meglio.
Lui si sente in colpa per non essere ora accanto ai suoi figli fisicamente, e questo mi dispiace tantissimo perché non ha nulla di cui rimproverarsi. Eppure, anche se Robi ed io continuiamo a dirglielo, lui non riesce a fare a meno di provare questa sensazione. E’ molto doloroso per lui essere lontano da noi, e lo capisco, anche se non posso cogliere le implicazioni dell’essere padre. Marcello e Palmiro gli sono molto vicini a New York, e questo mi rassicura un po’, ma loro non possono cancellare altre cose più profonde. Capisco la sofferenza del babbo ad essere lontano ora perché anch’io, da quando te ne sei andata, ho avuto la reazione spontanea di unirmi ancor di più a tutti noi della famiglia. Sento e vedo più spesso Roberto, che sono molto felice di avere come fratello perché sa essere anche un grande amico. Cecilia mi intenerisce ogni giorno in un crescendo continuo. Soffre perché non ci sei come fanno i bambini, senza riuscire a tradurlo in parola. Ci sono momenti in cui ti chiama, altri in cui piange, ma anche molti in cui riesce a sorridere, e nel suo innocente e candido sorriso di bimba io a volte mi rifugio e mi par di acquistare più forza. Ti assomiglia tanto, sai, mamma. Ha i tuoi occhi, la tua bocca e i tuoi capelli e quasi tutti non possono fare a meno di notare questa straordinaria somiglianza. Per tutti è la petit Louiselle, anche se non glielo dicono spesso per paura che evocando il tuo nome ne possa soffrire. Ma lei lo sa e ne è terribilmente orgogliosa.
I nonni paterni si danno un gran da fare per aiutarci. Credo che la responsabilità di averci con loro li abbia resi più attivi e per la verità tendono anche a viziarci. I nonni di Verona, la tua mamma e il tuo babbo, invece, faticano molto a risollevarsi. Portano con grande dignità quello che è accaduto, ma sono invecchiati di molto, sotto il duro colpo di qualcosa che non avrebbero mai voluto. Sono venuti abbastanza spesso a trovarci e anche loro mi sembra che stiano meglio quando ci vedono, soprattutto quando trascorrono un po’ di tempo con Cecilia. Sono venuti con la zia Antonia, la tua amatissima sorella. Che donna, mamma! Eravate l’una per l’altra un alter ego; ora è lei e te messe insieme. Non so come abbia fatto, vorrò chiederglielo un giorno, ma ha reagito come se fosse riuscita a restare in contatto con te accogliendo anche la tua forza, la tua saggezza, la tua voglia di vivere. E’ pazzesco se ci penso. Lei che nella vostra gioventù era la più debole e che aveva persino tentato di darsi la morte, ora è qui, è riuscita a raccogliere tutto l’ottimismo che ti apparteneva e lo sta trasponendo a noi in vece tua. E’ qualcosa di eccezionale che tu hai costruito insieme a lei nel vostro rapporto. Ed è qualcosa che non smette mai di suscitare in me un autentico quanto compiaciuto stupore insieme a sbalordita ammirazione.
Anche questo è qualcosa di grande che ci hai lasciato.

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Sabato, 17 febbraio 2007

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Ciao mamma,
sono nella nostra casa di Firenze a Campo di Marte. Al sabato, di solito vengo qui e ci trascorro il week end con Marco, che oggi deve ancora arrivare. Oggi arriva anche Daniela col suo nuovo ragazzo.
Volevo darti una buona notizia: credo di aver superato il brutto momento in cui non mangiavo quasi più niente. Era stata una reazione istintiva in dicembre, proprio mi riusciva a gran fatica di mandar giù qualcosa, ed ero dimagrita tanto, troppo. Me lo dicevano tutti e tutti volevano farmi mangiare, e anche questa è una cosa odiosa. Io sapevo che era una cosa passeggera, visto che per me il cibo è sempre stato un piacere, però ad un certo punto ho deciso di darmi una mano prima di diventare uno scheletro. Mi sono ricordata dei momenti trascorsi con te in cucina, quando da piccola mi preparavi qualcosa di sfizioso e mi tenevi vicino a te magari a pasticciare con le mani in pasta, ma lontana dai fornelli. Che momenti bellissimi! A te piaceva stare in cucina, era uno dei luoghi in cui la tua creatività si esprimeva e ricordo benissimo la soddisfazione del tuo volto quando apprezzavamo ad alta voce quello che avevi “sperimentato”. E’ stato ricordando proprio queste tue espressioni che mi son messa anch’io ai fornelli e vedere se mi riusciva di ritrovare un po’ l’appetito. Dapprima è stato faticoso, non mi riusciva di sopportare gli odori e i profumi tipici, poi però, un po’ giocando anche con Cecilia come facevi tu con me quand’ero piccola, ho cominciato ad appassionarmi. Ho imparato qualche ricetta nuova, altre, soprattutto coi risotti, le ho inventate, ma cosa ancor più importante m’è tornato l’appetito e ho ripreso a mangiare di gusto. Piano piano sto recuperando un po’ di peso, così intorno a me finalmente cominciano a smettere di dirmi che sono troppo magra.
Domani la Dani mi insegnerà a fare la sua sacher. Quando arriveranno tutti andremo a fare la spesa e compreremo i suoi ingredienti “segreti”. Tu sai quanto piace a lei, a casa sua non manca mai. Io l’ho sempre mangiata ma non ho mai imparato a farla come si deve. E’ giunto il momento.
Sono certa che mentre scioglieremo il cioccolato in qualche tegamino, Daniela non potrà fare a meno di ricordare le tue cioccolate calde, così insieme e con tanto affetto trascorreremo un po’ di tempo a ricordare e a rivivere i bei momenti passati con te.
Quanto ti voglio bene, mia mammina meravigliosa.
Ti mando tanti tanti bacini e un abbraccio grande grande.
Sei con me e sento che mi sei sempre vicina.

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Martedì, 6 marzo 2007

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Ciao mammina,
è un po’ tardi stasera; pensavi forse che mi fossi dimenticata di te? Giammai!
Ti penso sempre, oggi di più, naturalmente. Sono passati tre mesi. Mi manchi sempre tanto, ma sono serena e riesco a fare molte cose. Anche se non è ancora il 21 marzo, sembra già primavera. Ci sono molti alberi in fiore, è una cosa bellissima. Qui dai nonni, poi, ancor di più perché è tutto uno sbocciare. Non so riconoscere il tipo di alberi dai loro fiori, a parte alcuni, ma la nonna mi ha promesso che un pomeriggio mi porterà in giro per la campagna e mi insegnerà.
Anche in nome di questo mese e di questa fioritura ho messo come immagine per te in questo post un ramo di pesco. Non volermene. Lo so che i tuoi fiori preferiti sono le rose bianche. Sul tuo giaciglio eterno ce ne sono sempre di fresche, e domani, siccome finirò molto prima a scuola, passerò prima di pranzo da Trespiano a trovarti e ti porterò altri fiori sì da chiacchierare con te come in un giardino fiorito. Li porterò da casa perché oggi nel tardo pomeriggio, verso sera, me ne sono arrivati una moltitudine da Marco, una pazzia, quasi da riempire la casa. Non è un ripiego, sai, portarti questi che ho qui! Sono fiori pieni d’amore, il mio e quello di Marco, e sono certa che lui è felice che ne riservi anche per te.

In un futuro vorrò che in un anniversario del giorno in cui ci hai lasciati ci sia una festa, una festa con tutte le persone che ti volevano bene, una festa per celebrare che il dolore si sarà abbassato per lasciare il posto ad un lieto ricordo di te, una festa per far danzare i nostri cuori per la gioia di averti avuta. Sono sicura che in quel giorno anche tu, da dentro di noi, farai capolino per fare un brindisi e sarai contenta di stare insieme, lievemente, a chi ti ha amato e ti ama, ancora e sempre.

Mi stringo forte a te nel mio pensiero fino a sentire il tuo meraviglioso e insostituibile odore.
Riposa in pace, mammina.
Tua Giulia

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Martedì, 27 marzo 2007

Com’è labile, mamma, il confine fra il dolore e la gioia.
Sono stata a Lazise sabato e domenica.
È stato terribile e bello allo stesso tempo.

Ne avevo parlato anche dall’altra parte del blog (QUI e QUI).

***

Atto primo: dolore, decompressione.

Al primo impatto credevo di morire, nonostante fossi con Robi e Alessandra che stanno trascorrendo lì alcuni giorni e che sono venuti a prendermi a Verona nel pomeriggio. Ho fatto loro cenno con la mano di lasciarmi sola quando siamo arrivati a casa verso le 18:00 di sabato.
Mi son messa a girare per le stanze con la levità e la lentezza di un fantasma. Un fantasma di pietra con un’espressione tiratissima e truce nel volto. Ho toccato i muri, i mobili, le tende, mi sono seduta alla scrivania del tuo studio, ho aperto i tuoi cassetti, ho scompigliato i tuoi scritti autografi, sono andata in camera mia e mi sono lasciata cadere distesa a pancia in giù sul parquet … sono rimasta lì non so quanto tempo, la luce spenta, gli infissi chiusi, il buio … il tuo buio? Il tempo s’era fermato. Potrei dire di essere stata lì un attimo come un anno. Non avrei saputo dire quanto, dove, perché. Non c’ero, non esistevo e nulla era intorno a me.

Lì, immobile, per terra, m’è parso poi mi giungesse un odore nelle narici, l’odore di quella casa. Ho sentito il bisogno di ritrovare il tuo odore. Sono andata nella tua stanza armadio. Ho cominciato a rovistare lentamente tra i tuoi vestiti che sono ancora là, disappendevo quelli che mi sembrava fossero stati indossati almeno una volta senza essere ripassati dalla lavanderia. Li mettevo sotto il naso, alla ricerca di te. Un’ombra sulla moquette. Alzo lo sguardo: Robi mi sta osservando in silenzio appoggiato allo stipite della porta. I nostri sguardi si incontrano. Ci guardiamo in silenzio. Lascio scivolare per terra il tuo vestito azzurro in flanella che ho in mano. Ritorno a guardare i vestiti appesi. Prendo uno dei tuoi preferiti, il tailleur primaverile color fuxia, giacchina sfiancata in vita e gonna corta allacciata a portafoglio. Me lo infilo sopra la mia maglietta di cotone e i pantaloni neri. Porto la mano sulla spalla opposta e affosso la testa nell’incavo del braccio. Annuso la manica. Ci sono residui del tuo profumo. Robi entra. Prende il maglione di cashmere verde, quello “grande grande e morbido morbido” come diceva Cecilia. Se lo infila. Mi guarda. Allarga le braccia per farmi segno di lasciarmi abbracciare. Mi avvicino a lui e mi annido sul suo petto lasciandomi avvolgere e proteggere dal mio grande fratellone. Mi sussurra che l’ha fatto anche lui quando è arrivato. Mi bacia sulla testa. Dopo poco ho cominciato a piangere. Non erano lacrime che fluivano silenziosamente e copiose. Erano singulti un po’ isterici e un po’ bagnati. Solo dopo aver dato sfogo alla tensione dei miei nervi con questi spasmi sono riuscita ad abbandonarmi al pianto vero. Ci siamo seduti per terra sulla moquette, uno di fianco all’altro, la schiena appoggiata ad una porta dell’armadio, la mia testa reclinata sulla spalla di Robi, lui che mi teneva una mano nelle sue, i miei occhi gonfi di lacrime che scendevano e macchiavano il tuo tailleur. Dopo un po’ fa capolino sulla porta anche la testa di Alessandra. Si inginocchia davanti a noi, ci regala un sorriso ricolmo di affetto e di dolcezza, mi dice: “Dai, vieni a mangiare qualcosa, sono già le undici. Ho fatto la pizza come piace a te, con i chiodini. Li ha portati stamattina la tua nonna”. Sono scoppiata a piangere ancora di più. Porca miseria … i funghi chiodini … la mia nonna, la TUA mamma! … quanti ricordi in un solo istante …

Con uno sforzo immane mi sono alzata. Ho tolto il tailleur, sono andata a prendermi un mio maglioncino dallo zaino. Avevo un po’ freddo. Siamo andati tutti e tre in cucina. È tornata la parola, dapprima solo quella di Ale. Mi accudisce, Robi la lascia fare. Ci ha preparato anche un brodino caldo, prima della pizza e ce lo serve. Ci viene un po’ da ridere. Sembriamo proprio dei malati in convalescenza, io e Robi. Robi lo dice ad alta voce, Ale sorride e sorrido anch’io. La pizza sul tagliere ci porta un po’ più di allegria insieme al bianco di Custoza fresco fresco.

È giunto il momento di parlare di te, di tradurre in parole insieme i nostri ricordi, con tanta malinconia ma anche con tanta tenerezza. Facciamo un brindisi ogni tanto alla tua persona. Uno alza il bicchiere e dice “a Louiselle” e gli altri lo seguono “alla mamma”. Alla fine siamo un po’ brilli, mamma, ma non ubriachi.

Ognuno di noi prende posto su una poltrona o sul divano, coprendoci con una copertina. Robi mette un po’ di musica. Roba dolce: Bach, Listz, Mozart …

Abbiamo aspettato Marco che ci ha telefonato dicendoci che partiva subito dopo il concerto che ha tenuto col suo gruppo ad una festa universitaria.

È arrivato verso le due. Com’è andato il viaggio? Come stai? Sei stanco? Com’è stata la festa?

Poi ogni coppia nella sua stanza. Il mio povero Tato mi ha tenuta fra le sue braccia chiedendomi come me l’ero cavata, e raccontandoglielo s’è beccato un altro mio piantino. Mi ha riempita di coccole e bacini. Alla fine della giornata ero spossata, ma mi sembrava di aver buttato fuori un bel po’ di quello che avevo dentro.

***

Atto secondo: serenità, gioia
Il giorno dopo, domenica, è andata molto meglio.
Mi sono alzata alle 10:00 nonostante avessimo fatto veramente tardi.
Visto che gli altri dormivano ancora sono uscita in giardino, nonostante il tempo non fosse dei migliori. È tutto in ordine, il giardiniere lo cura con attenzione e ha piantato anche i fiori di stagione e riempito le fioriere di gerani lilla. A te piaceva molto curare il giardino, era una delle cose a cui ti dedicavi con più soddisfazione e il giardino di quella casa era uno dei tuoi punti d’orgoglio. A ragione, perché è bellissimo. Avevi fatto piantare un albero da frutto per ciascuno della famiglia. Il tuo è un pesco. È stata una bella idea, mamma. Mi sono sentita bene nel giardino. Le piante che continuano a crescere, a germogliare, a produrre nuova vita … il pesco che era in fiore … ho vissuto un momento di serenità legato a te al contatto con questo. Ho accarezzato la corteccia del pesco, i petali dei fiori un po’ rovinati dal tempo che sta peggiorando, le gemme su cui si svilupperanno nuovi rami e foglie. Mi sembrava di sentire il tuo cuore battere dentro quell’albero, era un ritrovarti che non avevo ancora provato.
La giornata è trascorsa poi velocemente. Quando sono rientrata erano già tutti in piedi intorno a una moka di caffè. Dopo poco è arrivata Cristina che avevo visto anche il pomeriggio prima a Verona e che avevo invitata da noi con sua sorella per la domenica. Siamo andati tutti a pranzo dai nonni che ci aspettavano. C’era anche la zia Antonia. Erano felici di vederci e che fossimo lì. Ci hanno preparato un pranzo coi fiocchi, tutte cose alla griglia veramente buonissime in quella cucina immensa che loro hanno e col camino acceso. Anche il fuoco riscaldava l’ambiente, non solo fisicamente, di una giornata meteorologicamente uggiosa. Era bello. Vedere che i nonni stanno meglio ha fatto bene anche a me, e noi a loro con la nostra presenza.
Poi siamo andati a fare una lunghissima passeggiata sul lungolago. La foschia e quell’atmosfera nuvolosa non ci ha rattristati e abbiamo camminato a lungo, molto a lungo, chiacchierando, scherzando, anche restando in silenzio col rumore debole delle onde di sottofondo. Non abbiamo potuto fare a meno di fare una tappa d’obbligo: quel baretto che ti piaceva tanto e dove abbiamo gustato ciò che di più buono hanno in questa stagione, una gigantesca coppa di fragole con la panna.
Ormai era quasi il tramonto. Siamo rientrati. Visto che tornavo con Marco in auto ne ho approfittato per prendere alcune cose: qualche libro, alcuni dei quali fra i tuoi preferiti; alcune magliette di cotone e le felpe che avevi preso nello Yemen quand’eri andata a trovare papà, e il tappeto che stava in camera mia che pure veniva da là. Quando le indosserò avrò addosso qualcosa che mi è straordinariamente caro ed avrò cura di loro come per il più prezioso dei vestiti.
Ero serena, non più angosciata come il giorno prima. Ora quella casa non mi fa più paura, conservo il ricordo di quel pesco dentro il quale batte il tuo cuore e dal quale vorrò tornare.
Abbiamo smangiucchiato ancora qualcosa, così, sulla tovaglia del tavolo della cucina senza apparecchiare: un po’ di pizza del giorno prima, qualche frutto, un caffè. Ci hanno accompagnato all’auto e Marco ed io siamo tornati a Firenze.

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Mercoledì, 28 marzo 2007

Ciao mamma.
Dopo essere stata a Lazise, oggi mi sono sentita di cambiare l’ora in questo blog. Prima come sai era sull’orario di New York, perchè là mi sembrava che il tempo si fosse fermato.
Ora sento dentro che ha ricominciato a scorrere.
Ti voglio bene.

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Venerdì, 30 marzo 2007

Ciao mammina,
avrei tanto bisogno di te, oggi.
E’ labile il confine, ti dicevo martedì, tra il dolore e la gioia.
Oggi posso confermartelo più che mai.
Posso anche dire che tutto è un corso e ricorso.
Mi accompagna una tristezza infinita, oggi.
Stavo bene questa settimana, ma oggi sono totalmente meteo-dipendente.
S’è come iscritta un’equazione dentro di me:

il cielo piange=mamma piange=giulia piange.

E non riesco a tirarmi su.
Qui dai nonni ci sono tanti faggi, e l’atmosfera che la pioggia e la sera producono tra i faggi oggi mi annienta.
Vienimi incontro, mammina, per favore.
Mi manchi.
Ti amo tanto

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Martedì, 10 aprile 2007

Ciao mamma,
sono tornata oggi. Sono andata via con Marco durante queste vacanze pasquali. Siamo stati a Napoli e a Sorrento. Sono stata bene, molto.
Non mi sono dimenticata di te il 6 aprile.
Quattro mesi, mamma.
È difficile senza te, ma va tutto bene.
Ti dedico questo video:

Le parole della canzone, Kiss the rain, mi piacciono molto.
Ed io bacio ancora la pioggia del mio volto quando sento che mi manchi tanto.
Ti amo, mamma.

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Domenica, 6 maggio 2007

Ciao mamma,
sono qui. Cinque mesi.
Stamattina sono venuta da te a Trespiano con le rose bianche. Ero con nonna e Cecilia. È la prima volta che portiamo Ceci da te nel giorno del mesiversario. A me sembra che Ceci sia riuscita a comprendere meglio di noi che cosa è successo, e che abbia anche più risorse di noi per accettarlo. È solo un’impressione, ovviamente … e ogni volta che faccio simili affermazioni, subito dopo mi sembra di aver detto una assurdità.

Nonostante non fossi sola, mi è riuscito di raccogliermi nel silenzio per un po’ davanti a quella casa di famiglia destinata a durare molto più delle vite dei suoi stessi componenti, così ho potuto parlare con te da vicino. Ti ho raccontato che sono riuscita a leggere recentemente l’ultimo libro che avevi lasciato ancora da finire sul tuo comodino, ma mi sono dimenticata di dirti una cosa importante.

Come tu sai, il giorno 6 è anche il giorno in cui Marco ed io ci siamo messi insieme, anche se è accaduto due mesi prima. Gli ho chiesto di non considerarlo il nostro giorno, perché non mi riesce di essere contemporaneamente felice per noi e terribilmente addolorata per la tua scomparsa. Così abbiamo spostato la nostra data al primo ottobre, che è il giorno in cui ci siamo conosciuti ed io mi sento più libera di vivere ciò che provo con te e ciò che provo con lui.

Mi manchi sempre tanto, tantissimo, mammina cara.

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Lunedì, 28 maggio 2007

Sono contenta mamma di quello che ho fatto da autunno ad oggi.
Soprattutto sono contenta di essere venuta a New York con te e di essere rimasta a Firenze al rientro.

Certo, avrei voluto che le cose andassero diversamente, ma alla luce del poi, e ammesso che l’ora in cui dobbiamo andarcene sia scritta, sono contenta.
Avrei potuto decidere di non venire a New York e invece, avendo optato per la scelta opposta, sono stata con te fino all’ultimo istante.
Mi lamentavo, allora, mentre non sapevo quanto ero fortunata di essere lì con voi; poi ti ho vista nella rianimazione nei tuoi ultimi giorni e infine nella camera ardente. Recentemente sto recuperando il lato positivo di questo per me stessa. Conservo nella mia memoria visiva l’immagine di te che non respiravi più. Penso che sia importante per me. Robi non ti ha vista così perché sei
tornata dentro una bara sigillata. So che lui ha faticato e fatica molto a “realizzare” che te ne sia andata. Tutti noi fatichiamo, ma mi sono chiesta se in parte per lui non dipenda anche dal fatto di non averti vista come ti abbiamo vista il babbo ed io. È stata ed è un’esperienza dolorosissima, eppure ora preferisco esserci stata piuttosto che non. Credo che Robi ed io adesso ci sentiamo più vicini pure per questo: in un certo senso io sono stata anche i suoi occhi, le sue emozioni e la sua sensibilità. Più volte mi ha chiesto di raccontargli la nostra breve permanenza a New York e in particolare proprio i tuoi ultimi giorni. Li abbiamo rivissuti insieme e insieme abbiamo pianto.
Ma tu ci hai lasciato Cecilia.
Ad occhi estranei (ed anch’io lo pensavo inizialmente) potrebbe sembrare che sia rimasta a Firenze per restarle vicina, per aiutare lei così piccola. Invece è lei che aiuta noi, col sorriso con cui ci viene incontro, col candore e l’autenticità di una bimba. Ma tu lo sai, sai quanto importante sia per noi il suo esserino.

Oggi ho avuto la conferma che papà tornerà per la metà di giugno. Mi riempie di gioia poter averlo di nuovo accanto, poter parlare con lui a quattr’occhi e sentire il suo affetto da vicino. Ma sono anche davvero molto contenta per lui che ritorni. Penso siano stati mesi durissimi per il babbo nella grande mela e spero che possa ritrovare presto al rientro un po’ di serenità e tutto il nostro affetto. Sono sicura che Cecilia lo travolgerà di baci appena lo vedrà. Già ora non sta più nella pelle, e continua a canticchiare più volte al giorno che papà sta per tornare.
Io l’adoro, quella “petite Louiselle”, nonostante spesso le dica che è una peste e che è più dispettosa di uno gnomo “di caverna”, ma lei non si dà per vinta. Mi replica che non è così brutta come gli gnomi e mi minaccia dicendomi che se lei è una “gnoma” … che io stia bene attenta, chè altro non potrei essere che una delle due sorellastre che danzano con gli gnomi, una delle quali fu trasformata in mostro. Va così mamma, da quando le ho letto La danza degli Gnomi e altre fiabe di Gozzano. Assorbe come una spugna e, per quello che può valere il mio giudizio, sta crescendo con una intelligenza precoce e vivace. Adesso è tutta intenta a imparare a leggere e a scrivere e va in giro dicendo che poi sarà lei a venire a leggerci le favole della buona notte. Allora la nonna la canzona dicendole “ah … birboncella! Stai escogitando il modo per andare a letto tardi la sera!”.
In autunno comincerà la scuola. Spero tanto che possa conservare tutta la sua spontaneità anche lì.
Grazie ancora e per l’ennesima volta mammina, grazie per averci donato Cecilia la peste.
Ti bacio e ti abbraccio forte forte nei miei pensieri e nei miei sogni.

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Mercoledì, 6 giugno 2007

Mammina, mammina
Stamattina mentre andavo a scuola avevo una voglia indicibile di averti ancora con noi. Mi appariva la tua persona in modo vivido nella memoria, rivedevo i tuoi gesti, il tuo sorriso, sentivo quelle meravigliose sensazioni del tuo amore e della tua dolcezza, sensazioni che mi provenivano semplicemente dall’esserti vicina fisica- mente.
Mammina mammina, mi mancavi in modo intollerabile e straziante.
Mammina, mammina, stamattina avrei dato il resto della mia vita per poter ancora trascorrere un giorno con te. Un giorno intero, un giorno come ne abbiamo trascorsi tanti, magari un po’ speciale … io e te che nel pomeriggio ce ne andiamo a fare un giro insieme, ed io ti tengo a braccetto scaldando il mio cuore e tutta me stessa sentendo attraverso la tua morbida pelle il tuo insostituibile amore.
Mammina, stamattina mentre andavo incontro alla mia giornata, avrei dato il resto della mia vita per stare ancora un giorno con te.
Con te.
E con me.
Mi sento come se mi fosse stata strappata la parte migliore della mia persona, del mio corpo, della mia mente, del mio sentimento … direi della mia vita.
Mammina, oggi sono da sei mesi senza di te. Come farò, come faremo senza di te per il resto della vita intera?

Mammina mia amata …

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Lunedì, 18 giugno 2007


Ieri è arrivato papà da New York. I nonni, Robi, Cecilia ed io all’aereporto.
È la prima volta che torna da un luogo di lavoro senza che ci sia tu ad accoglierlo. Manca dalla metà di gennaio, 5 mesi, non era mai stato via così a lungo senza fare una capatina a casa. Questa volta non ha potuto, neppure a Pasqua. Ha lavorato come un matto per tornare prima, definitivamente. Vuole stare vicino a noi e a Cecilia.
Nessuno l’ha detto ma tutti abbiamo pensato “non c’è mamma, com’è diverso”. Eri così felice ogni volta che tornava, ed era così felice pure il babbo.
A volte non ci facevi venire con te all’aeroporto. Scherzosamente dicevi che eri gelosa di noi, che non volevi che accadesse come di solito avviene a tante famiglie all’aeroporto, cioè che i padri si buttano a capofitto sui figli e che le mogli vengono sempre dopo e addirittura a volte sembra che non le si degni proprio di attenzione. Ma non era il tuo caso, tuo marito ti amava troppo perché questo potesse mai accadere.
Ecco, mamma, ieri il babbo è tornato. Tutta la famiglia riunita a festeggiare. Siamo tutti felici che sia qui.
Eppure, mammina cara, questo è stato un altro di quei momenti in cui abbiamo sentito prepotentemente la tua assenza.
Scusa se nel mio sfogo dico questo, ma stanotte, ripensando alla giornata appena trascorsa, non ho potuto fare a meno di pensare che la vita è ingiusta.
E mi chiedevo cosa stesse pensando papà.
Proteggici mamma, come hai sempre fatto durante tutta la tua vita.
Ti amo

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Domenica, 1° luglio 2007

Ciao mammina, eccomi qui. Ieri ho fatto gli orali della maturità, ne ho parlato di là. Come sarei stata felice che tu ci fossi stata, mammina. Così ho preso consapevolezza che in ogni momento importante della mia vita, tu ci sarai sempre nel mio cuore ma non con la tua persona fisica. Se mai dovessi sposarmi, avere un figlio, laurearmi, ed ogni volta che dovrò affrontare una situazione felice o drammatica, tu non ci sarai, o meglio, tu ci sarai solo nel mio cuore. Ora il mio cuore ti porta sempre con sé, ma non è capace di non velarsi di tristezza, soprattutto in queste occasioni. Spero in futuro di riuscire a portarti con me con gioia, dedicandoti i momenti migliori di cui penso potresti sentirti fiera. Sono stata brava, mammina, in questi esami. Ce l’ho messa tutta, indipendentemente da quello che prenderò. Il babbo mi ha guardata con orgoglio dopo il colloquio orale a cui ha assistito e ciò mi ha fatto un piacere immenso. Cecilia ha fatto sua un’espressione del nonno e ieri mi canzonava dicendo che adesso sono “matura come una pera”. Robi l’ho visto un attimo stamattina a Bologna, domani ha un esame per il quale è piuttosto teso. Per il resto però sta abbastanza bene. Ormai di fatto convive con Alessandra, e stanno bene insieme. Ieri sera sono venuta con Marco a casa sua a Bologna. Volevamo stare un po’ da soli oggi, a festeggiare il nono mese da quando ci siamo conosciuti. Stamattina siamo usciti, c’era un bel venticello fresco, si stava molto bene. Siamo andati a vedere l’appartamento che mi hai lasciato in eredità. Gli inquilini a cui era stato affittato se ne sono andati il mese scorso. Se deciderò di fare l’Università a Bologna, andrò ad abitarci. Ho detto “se deciderò” perché ho ancora qualche dubbio, che mi è venuto dopo che ho visitato il Sincrotrone di Trieste e che cercherò di fugare del tutto parlando con papà e cercando un po’ più di chiarezza in me stessa questo mese. Io credo già che sia molto probabile che io confermi la preiscrizione già fatta qui a Bologna che non altro, ma vorrei essere proprio del tutto certa. Marco mi ha proposto di andare ad abitare con lui. Sono tentata di farlo, ma ho anche voglia di provare a stare in una casa per conto mio. Mi sembra questo il momento più opportuno per conoscere questa dimensione. Se verrò a Bologna a fare l’Università, dunque, mi installerò in questo bellissimo appartamento che mi hai lasciato. Dovrò far rimettere a posto alcune cose, ma mi piace l’idea. Nell’immediato i progetti futuri sono questi:

♦ Domani torno a Firenze e verrà ospite da noi, fino a mercoledì, Marcello, che poi torna direttamente a New York. Starò con lui martedì, ma mercoledì voglio venire a Bologna ad assistere all’orale di Daniela (anche lei è venuta al mio con la sua mamma, ed è stata una sorpresa che mi ha molto commossa).

Giovedì 5 luglio partiamo con papà dall’Elba per una settimana in barca a vela. È stata un’idea di Robi che il babbo ha accolto con piacere. Andiamo via con il cabinato di Giulio, che è già ormeggiato lì ed è più grande della nostra barchetta, la quale peraltro se ne sta ancora sul Garda. Tutti noi vorremmo portare anche Cecilia, solo che c’è un problema da venerdì. Si è intestardita che vuole portare con sé anche Pao, il cane del nonno, suo grande compagno di giochi negli ultimi tempi. Il guaio è che Pao non è mai stato in mare più giorni, è un cane un po’ lunatico e imprevedibile a volte e obbedisce solo al nonno e a Cecilia, ma se Cecilia in barca si stufa di stargli dietro per qualsivoglia motivo, può diventare difficile governare la situazione. Speriamo di convincerla in questi giorni che non si può fare.
Al ritorno andremo tutti e quattro come minimo una settimana a Lazise e staremo un po’ con la tua mamma e il tuo babbo. Non credo che avremo la forza di liberare la casa delle cose che sono rimaste quasi com’erano dall’estate scorsa. Lo faremo in autunno, forse. Per adesso vogliamo andare per stare un po’ coi nonni sperando che insieme a noi si possano risollevare un po’ di più.

Poi io vado in vacanza con Marco. Siamo ancora indecisi sul dove, ma già per lo più ci stiamo orientando per fare un viaggetto lungo in auto a zonzo per l’Europa. Prima di partire, però, vorrò aver già deciso la mia destinazione universitaria, così da sapere se dovrò installarmi a Bologna o altrove.

Ecco, mammina, è tutto per oggi. Ti stringo forte forte e con tutto il mio amore nei miei pensieri.

Dormi bene, mammina. Ti amo immensamente.

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Venerdì, 6 luglio 2007

mare-rosa.jpg

Ciao mammina,
ieri il babbo, Ceci, Robi ed io siamo partiti dall’isola d’Elba.
Oggi siamo alla Maddalena, è bellissimo. Il mare è stupendo. Cecilia si sta divertendo tantissimo e, oltre a voler fare il bagno frequentemente, se ne sta spesso nel tender che dobbiamo mettere al traino per lei. Dice che è la sua barchetta personale. Il babbo è uno skipper davvero in gamba, pure Robi se la cava bene. Io sono per lo più di manovalanza al fiocco o al spinnaker, ma anche al boma della randa e qualche volta mi lasciano persino al timone.
Domani abbiamo in mente di attraversare le Bocche di Bonifacio, un po’ impegnative per la furia del maestrale, punteggiate come sono da scogli, ma papà e Robi sanno cavarsela egregiamente, perciò puoi stare tranquilla. I piani per i prossimi giorni sono di andare ad Alghero, a Oristano e se tutto va bene dirigerci verso le Baleari.

Qui a bordo tutto bene. C’è il collegamento a internet e così sono venuta a salutarti.
Oggi sono sette mesi.
Abbiamo gettato in questo splendido mare una rosa bianca in tua memoria.
Ti portiamo sempre con noi.

Volevo anche dirti che nel pomeriggio tardo ha chiamato la nonna: sono stati comunicati i voti dell’esame di maturità (io credevo che avvenisse domattina). Ho preso la lode, mamma, e la dedico a te.
Credo che tu ne sia felice ed è in gran parte merito tuo se mi piace studiare.
Anche in futuro e in ogni cosa cercherò di far del mio meglio per poter onorare te, mammina mia adorata.

Ora sei qui con me in questo colore blu intenso screziato dal bianco della schiuma delle onde e bordato di smeraldo vicino alle magnifiche cale, dove l’acqua va a riposarsi dalla forza del vento.
Mammina mia amata, sei ovunque intorno a noi, sei il vento che gonfia le vele e accarezza ogni cosa; sei l’acqua turchese e trasparente che si fa amica e invitante; sei il cielo cangiante che si specchia nel mare e che talvolta si colora di un blu irreale; sei tu la
bellezza selvaggia di questo angolo di paradiso.

Ti abbraccio più forte che mai.

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Lunedì, 9 luglio 2007

Ciao mammina,
siamo ormeggiati nella baia del porto di Mahón, il capoluogo di Minorca.
Siamo giunti oggi e il resto della ciurma si sta dilungando nel “farsi belli” per uscire. Ma non è del viaggio che volevo parlarti.
Io mi sono sbrigata perché dovevo venire qui a portarti una cosa che oggi mi ha colpita moltissimo.
Il babbo ha preso dei libri a casa da leggere in barca, alcuni dei quali erano tuoi.
Fra questi, me ne è capitato uno fra le mani abbastanza singolare. Non ha casa editrice, è un omaggio dei figli alla loro mamma che hanno voluto rilegare in volume alcune sue poesie. L’autrice si chiama Lina Masetti Bouché, è di Verona e scrive in dialetto.
Ho chiesto al babbo come tu ne fossi entrata in possesso o se conoscevi l’autrice, ma papà non ricorda bene, gli sembra che te l’avesse donato la nonna (la tua mamma) e che fosse lei a conoscerla.
Insomma, fra le poesie che ho letto una mi ha colpita moltissimo; peraltro aveva delle tue annotazioni in matita che non riporto qui.
La poesia è questa:

La me butina

La mia bimba

   
“Làssela ‘ndar, quela buteleta!Ormai la sa caminar da sola”i me disea. Ma migavea massa paura!“E se la trova ‘na piera più dura?E se, a longo ‘ndar,la trova un marùgoloche la fa strabucar?”“Eh ben! Se la cascala se levarà su! Ghe vol altro!No semo cascà in tera, noaltri!”“Sì, ma i era altri tempi!Gh’era manco pericoli!Sì, semo cascà, l’è vera,ma no se faseimotanto mal; la tèrano l’era dura!Ma adesso go paura!Se la me buteletala casca adesso,ci me pol sicurarche la se savarà rialsar?”“Eh, che paura!Ormai l’è deslatà,ormai l’è za maùra,l’è òtima, la vaa l’università!”

“Cossa m’importa!

l’è sempre la me Nana!”

“Làssela ‘ndar!…”

… E alora và, và, butina mia,

coca de la to mama, và!

Mi no te slargo più i brassi

par no farte cascar,

come quando t’eri picola

e no te savei caminar!

Và ti sola, và!

Però, vàrdete intorno!

Sta atenta,

in do che te meti i pié!

E se un bruto giorno

te dovessi strabucar…

no te spaentar!

Pensa de averghe ancora intorno

i brassi de to mama,

e çerca de star su!

Ma se, par caso,

te dovessi catar

un bruto marùgolo

che te fa spantassar…

no te desperar! Lèvete sù!

Anca coi zenoci sgarbelai,

con le mani spelà, lévete su:

l’è quel, che conta!

Lèvete su e cori da to mama,

che l’è sempre pronta

a sugarte i oci,

a farte ‘na caressa,

a basar quei to zenoci

sgarbelai,

anca se l’è vecia!

Vegni da to mama

fin che la gh’è!

E quando el bon Gesù

el vorà tirarsela su,

no te disperar!

Lassù saremo in du

pronti a consolarte

e a farte

dasmentegar

quela bruta cascada

che t’à fato

tanto zigar!

“Lasciala andare, quella ragazza!Ormai sa camminare da sola”mi dicevano. Ma ioavevo troppa paura!“E se trova una pietra più dura?E se, a lungo andare,trova un pietroneche la fa inciampare?”“Eh vabbe’! Se cascasi alzerà! Ci vuol altro!Non siamo caduti per terra, noialtri!”“Sì, ma erano altri tempi!C’erano meno pericoli!Sì, siamo caduti, è vero,ma non ci facevamotanto male; la terranon era dura!Ma adesso ho paura!Se la mia ragazzinacasca adesso,chi mi può assicurareche si saprà rialzare?”“Eh, che paura!Ormai è svezzata,ormai è già matura,è grande, vaall’università!”

“Cosa m’importa!

è sempre la mia Nana!”

“Lasciala andare!…”

… E allora va’, va’, bambina mia,

cocca della tua mamma, va’!

Io non ti allargo più le braccia

per non farti cadere,

come quando eri piccola

e non sapevi camminare!

Vai da sola, va’!

Però, guardati attorno!

Sta’ attenta,

dove metti i piedi!

E se un brutto gorno

tu dovessi inciampare…

non ti spaventare!

Pensa di avere ancora intorno

le bracia della tua mamma,

e cerca di star su!

Ma se, per caso,

tu dovessi trovare

un brutto pietrone

che ti fa cadere di pancia…

non ti disperare! Alzati!

Anche con le ginocchia sbucciate,

con le mani escoriate, alzati:

è quello, che conta!

Alzati e corri dalla tua mamma,

che è sempre pronta

ad asciugarti gli occhi.

a farti una carezza,

a baciare quelle tue ginocchia

sbucciate,

anche se è vecchia!

Vieni dalla tua mamma

fin che c’è!

E quando il buon Gesù

vorrà portala su,

non ti disperare!

Lassù saremo in due

pronti a consolarti

e a farti

dimenticare

quella brutta caduta

che ti ha fatto

tanto piangere! [1]

 

 

Mi ha colpita molto, mammina, perché so che anche tu la pensavi così.
Mi ha anche fatto piangere perché non potrò vederti mai “vecchia”, e soprattutto perché ho provato vergogna di me stessa e delle mie lacrime.
Non è giusto verso di te che io pianga, perché comprendo ora che questi erano i tuoi stessi pensieri e le tue stesse preoccupazioni verso noi figli.
Quel “buon Gesù” della poesia non fa parte della nostra formazione, eppure posso pensare che il desiderio di questa autrice è lo stesso tuo. Seppure io non riesca a immaginare e a credere a una vita ultraterrena come quella a cui si volge un cristiano, so per certo che in vita avresti voluto consolarmi e aiutarmi anche dopo che te ne saresti andata.
E lo hai fatto, donandomi molte cose, tra cui la sensibilità di comprendere anche un messaggio religioso che non mi appartiene ma che è capace di esprimere qualcosa che è di ciascun essere umano.

Grazie mamma, tu non puoi neanche immaginare quanto io ti ami stasera.

Tua Giulia


[1] La traduzione dal dialetto veronese in italiano l’ho fatta io. Non sono sicura che tutti i termini siano correttamente tradotti, mentre sono sicura che (a differenza di te, mammina cara, che saresti stata capace di tradurre anche Dante o Pasolini in almeno tre lingue straniere) non ho alcuna competenza nel saper riprodurre la metrica, della qual cosa mi scuso.

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Lunedì, 23 luglio 2007

pesca.jpg

Ciao mamma,
il giro in barca è andato bene. Robi aveva avuto una buona idea a proporlo. Abbiamo visto dei posti fantastici, ma soprattutto siamo stati bene noi quattro.
Il babbo si è prodigato in tutti i modi per farci navigare tranquilli e farci vedere dei posti incantevoli. Quello che ci ha reso più felici, però, è stato il fatto di averlo visto finalmente in alcuni momenti rilassato e appagato. È la prima volta che accade da quando non ci sei più.

Adesso siamo a Lazise, in quella che tutti noi consideriamo la tua casa. Siamo venuti per stare un po’ con il tuo papà e la tua mamma. Sono contenti di averci qui, vicini a loro. Li vediamo ogni giorno, a pranzo o a cena, oppure per far qualche giretto. Il babbo li ha portati anche al largo del lago con la nostra barchetta, e il nonno ha rispolverato le sue affezionate canne da pesca che non usava da parecchio.
A dir la verità, dopo il giro che abbiamo fatto fra l’Elba, la Corsica, la Sardegna e le Baleari, uscire in barca qui sul lago a me pare un po’ deludente. Decisamente preferisco l’acqua salata a quella dolce.

La nonna mi ha raccontato dell’autrice di cui ti ho parlato nel post precedente. L’ha conosciuta quando insegnava, era stata la maestra di uno studente un po’ problematico che poi la nonna ha avuto alle medie. Si erano incontrate per parlare di quel ragazzo, ma poi si sono viste ancora qualche volta perché “si sono piaciute”, così mi ha detto la nonna, e per questo ha voluto farla conoscere anche a te.

Adesso non si sentono più da parecchi anni. Ho visto negli occhi della nonna il desiderio di rintracciarla, ma mi ha detto che non sa se ne avrà il coraggio, perché teme di ritrovare una persona che potrebbe anche non stare bene, essendo più anziana della tua mamma, se non addirittura peggio.


La nonna mi ha anche spiegato il titolo di quel libro, Falive, che io non avevo compreso. Infatti io pensavo che significasse solamente “fiocchi di neve”, invece in dialetto “falive” ha questo significato più un altro, sono le scintille del crepitìo del fuoco. Lo trovo bellissimo, un ossimoro nella stessa medesima parola a rappresentare due momenti simbolici (e a mio parere particolarmente suggestivi) di vita vissuta quale accadeva a una donna della sua età. Ho appreso anche il significato di un altro termine, marugolo. Io l’avevo tradotto con “pietrone”, la nonna mi ha detto che va bene, ma è un pietrone particolare, uno di quelli di forma tondeggiante levigati ben bene e che di solito si trovano nei letti dei fiumi in secca.

Ma c’era un’altra cosa che volevo dirti, mammina. Oltre al babbo e Cecilia, Robi ed io abbiamo portato con noi a Lazise i nostri morosi, la Ale e Marco. Alessandra ormai frequenta casa nostra da due anni ed è parte integrante della famiglia; un po’ meno Marco, ma ormai anche lui è stato bene accolto da tutti come il mio fidanzato. Non avevo mai portato nessuno dei miei ragazzi così dentro alla nostra famiglia, in un certo senso lui è quasi il mio primo vero “fidanzato”, seppur questo termine mi sembri piuttosto antiquato e mi faccia un po’ sorridere.
Insomma, Robi ed io siamo qui in coppia, mentre il babbo no. Ecco, l’ho detto. Questo era quello che mi è passato per la testa in uno di questi giorni. Tu e il babbo eravate LA COPPIA. Ora non più. Assolutamente per la prima volta mi si è affacciata alla mente la possibilità che il babbo possa incontrare una nuova compagna. Mi è girata la testa per non so quanto tempo. Poi mi sono calmata. Ho pensato che tu probabilmente lo vorresti. In realtà al babbo non mancano le donne che gli fanno il filo, nonostante abbia tre figli piuttosto ingombranti, solo che lui non ci pensa minimamente. Non ne abbiamo mai parlato direttamente, ma a me sembra molto chiaro. Ogni tanto qualcuna ha telefonato per cercarlo, ma lui proprio neanche se ne accorge. È cordiale, come sempre, ma distante anni luce da un qualsiasi suo proprio coinvolgimento. È tornato prima per noi figli, ci ha riportati nella nostra casa a Campo di Marte, si è preso un periodo di pausa dal lavoro per ora e poi vedrà di accettare qualcosa che gli compete vicino a casa, forse a Roma; vuole trascorrere l’estate con Cecilia portandosela in giro con le sue amichette; continua a leggere molto e ad ascoltare musica come ha sempre fatto; ogni tanto va al cinema o a teatro con qualcuno dei suoi amici di lunga data; si fa delle lunghe nuotate, ma anche questo ha sempre fatto parte della sua vita; prepara delle ottime cene e invita qualcuno che lo gratifichi nella sua arte culinaria, niente di nuovo neanche qui. Ecco, è tutto. Credo che stia cercando semplicemente il suo equilibrio e un po’ di serenità dentro se stesso, facendolo pesare il meno possibile a Cecilia, a Robi e a me.

Che dirti ancora, mammina cara? Siamo qui. Tutti insieme. E a me piace pensare che lo siamo sotto i tuoi occhi. Mi piace pensare che tu ci stia a guardare e a sentire quando seduti fuori alla sera ognuno di noi parla con te in silenzio guardando le stelle. Io sento come una tua carezza quando qualcuno di noi condivide con gli altri ciò che prova dicendo con voce sussurrata che ci manchi. Non è più un sentimento arrabbiato, è qualcosa di dolce e un po’ amaro allo stesso tempo, qualcosa che ci accomuna in modo indicibile, che accomuna noi che siamo qui, e che ci accomuna a te che sei andata altrove, perché noi tutti lo sappiamo, mammina, che pure noi ti manchiamo.

Eppure siamo insieme, anche attraverso di questo.

Ti amo tanto, mamma, tanto tanto.

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Lunedì, 6 agosto 2007

Ciao mamma,
siamo tornati a Firenze.
Oggi mi è sembrato proprio che tu fossi con noi. Stamattina il babbo, Cecilia, Roberto ed io siamo venuti a Trespiano.
Il babbo ti ha portato un mazzo di rose bianche più belle del solito, veramente fantastiche, grandi, con dei petali vellutati ma quasi luminescenti e con il gambo lunghissimo. Le ha fatte arrivare da un fiorista a Fiesole in questo giorno apposta per te. Cecilia invece ha voluto portarti una delle sue conchiglie, una di quelle che ha comprato a Oristano durante il nostro giro in barca il mese scorso. Abbiamo sistemato fiori e conchiglia ben bene vicino alla tua foto. Cecilia poi diceva che dovremmo mettere una cassetta della posta, così se qualcuno vuole lasciare una lettera lo può fare e che lei aveva già fatto un bel disegno da regalarti. Robi le ha risposto che forse la si potrebbe mettere su un lato, magari una cosa tipo baule in legno con un foro per infilare da sopra le missive. Il babbo invece si è seduto su quella specie di panca a muro che c’è nella cappella. Guardava la tua foto, era assorto nei suoi pensieri, probabilmente stava parlando con te. Anche Robi l’ha notato, l’ho capito dallo sguardo che ci siamo lanciati, gli ho fatto cenno con la testa che era meglio che noi uscissimo e lasciassimo il babbo un po’ solo con te. Mi ha fatto segno di sì. Ha preso Cecilia per mano, le ha detto “Dai, piccola peste, saluta la mamma che ti porto a vedere una cosa”. Ho sussurrato al babbo che l’aspettavamo fuori vicino all’auto e siamo usciti.

Ecco, mamma, mentre aspettavamo il babbo ho avuto l’impressione che tu fossi con noi, che tu e papà steste parlando delle cose vostre come quando lo facevate da qualche parte in casa.
Per un attimo m’è sembrato che non