Dove siamo? Dove andiamo?

Che gli stadi si trasformino in luoghi più simili a campi di guerra che di gioco, mi amareggia, ma non mi stupisce al massimo grado. Ogni volta che sono passata vicino ad uno stadio, di qualsivoglia città, dove c’era una partita, ho sempre percepito una tensione spaventosa solo a vedere i poliziotti in posizione schierata e i tifosi urlanti come forsennati. Non m’è mai parso di vedere molta differenza tra l’arena coi leoni al tempo dei romani e le masse esaltate che vanno alle partite di calcio oggi. Questo sport, con queste sue inscindibili appendici, non mi è mai piaciuto. Non ho mai visto in vita mia una partita intera, neppure alla televisione.

Dicevo … che gli stadi si trasformino in luoghi più simili a campi di guerra che di gioco, mi amareggia, ma non mi stupisce quanto un vicino che ti ammazza per il cane che abbaia. Sarei più propensa a dire solo “quanto un vicino che ti ammazza“, visti i recenti fatti di cronaca nera. Ma che la motivazione giunga ad essere quella di un cane che abbaia mi induce a chiedermi che mondo è mai questo.

Già, che cazzo di mondo è?

Ed io che ho sempre sperato in un mondo in cui, senza porsi chissà quali ideali più grandi della nostra persona, semplicemente ognuno avesse a cuore l’esistenza del proprio vicino!

Non ho risposte alle domande del titolo. Per la verità neppure indignazione, ma smarrimento, sì. Molto.

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~ di julie su febbraio 5, 2007.

8 Risposte to “Dove siamo? Dove andiamo?”

  1. perchè tu, cara giulia, sai anche essere una persona pacata e misurata

    io, invece, mi indigno!

    😦

  2. ah … e grazie per ieri
    sono stata bene con voi
    :mrgreen:

  3. E’ molto arduo parlare di questo senza cadere nella retorica.
    Eppure bisogna farlo. :sìsì:

  4. Cara Giulia,
    come sai sono tornato da poco da una delle esperienze per me più significative con Medicins sans frontieres.
    Prendo l’avvio da questo per esporre alcune considerazioni sulla riflessione che inevitabilmente porta a fare il tuo post.
    Non so se riuscirò a trovare le parole giuste, ma ci provo.

    Questi episodi di violenza hanno richiamato l’attenzione degli italiani, hanno giustamente suscitato molti interrogativi in tante persone, soprattutto fra i giovani.
    Eppure, a costo di essere impopolare, c’è qualcosa che non mi torna.
    Naturalmente non metto in discussione l’umana solidarietà espressa nei confronti dei famigliari delle vittime, nè il giusto sdegno che tali gesti inevitabilmente evocano nella “gente giusta”, e considero quantomeno doveroso che certe morti non vadano dimenticate.
    Premesso questo, cosa imprescindibile, ritorno su quel qualcosa che non torna.
    Improvvisamente le persone scoprono il valore della vita umana quando assistono ad episodi come questi in casa propria.
    Eccolo il punto: IN CASA PROPRIA!
    E improvvisamente scoprono di voler gridare NO, NOI NON SIAMO COSì E NON VOGLIAMO ESSERE COSì.
    Allora strappano l’abbonamento che avevano fatto per lo stadio.
    Allora offrono il loro cordoglio a chi è stato vittima di impulsi omicidi incontrollati e che si sono tradotti in azione.
    IN CASA PROPRIA? NON DI DEVE!

    E via col telegiornale che dedica più della metà del tempo a questi eventi.
    Ora, io mi chiedo, ci pensa mai tutta ‘sta gente a quelli che muoiono di fame? Ogni giorno, anzi ogni minuto, sia ben chiaro!
    Ci pensa mai a quelli che restano mutilati, vuoi perchè la guerra è la quotidianità di molti luoghi (dimenticati) nel mondo, vuoi perchè pestano una mina tra le molte disperse in un numero elevato (più di quanto si sappia) di terre?
    Ci pensa mai a quelli che non hanno la possibilità di avere farmaci basilari e tali da salvarti la vita?
    Ci pensa mai … ah … la lista sarebbe lunghissima!
    E ci pensa mai che il benessere di CASA PROPRIA comporta inevitabilmente che milioni di altre persone muoiano di stenti per consentire a pochi sicurezza e agiatezza?

    Non voglio minacciare la sicurezza da noi acquisita con tanta fatica.
    Non voglio fare il predicatore moralista che dall’alto delle sue recenti esperienze si permette di puntare il dito sul quieto nostro vivere di tutti giorni.
    Non voglio neppure minimizzare i fatti avvenuti trasponendoli e confrontandoli sul vasto orizzonte delle molte drammaticità del nostro pianeta.
    Semplicemente do libero sfogo ai miei pensieri, al mio vissuto, anche ai ricordi.

    Ricordi recenti. Ricordi visivi e olfattivi e uditivi ed emotivi, umani e professionali.
    Bisogna andarci in un luogo di guerra per capire che significa, per rendersi conto che non si tratta di vedere semplicemente dei brandelli di carne come attraverso un video.
    Quelle situazioni hanno un odore, un maledetto odore di carne in decomposizione che non ti si scrolla più di dosso, neppure se ci si lavasse con il cloro. Le mosche, poi … le mosche … La polvere … le urla che ti fanno impazzire … l’estenuante lotta per mantenere in vita, attraverso un lavoro che richiede un tempo lunghissimo, un centesimo di ciò che altri hanno fatto a pezzi in un attimo … e quanto altro ancora …

    Chiedi a tuo padre, Giulia.
    Fattelo raccontare da lui, che pur trascorrendo la maggior parte della giornata in laboratori tecnologicamente avanzati e asettici, è andato anche in luoghi nei quali si rischiava la vita solo a percorrere la strada dal lavoro a casa. Mica perchè il vicino ce l’ha con te. No! E neanche perchè si scontrano violentemente le tifoserie di una squadra. No! Solo perchè cammini in una zona “calda”, senza entrare in conflitto con niente o senza disturbare nessuno.

    Quanti di noi si interrogano su questo?
    Quanti di noi si rendono conto che molto di tutto questo poggia sulla rimozione dell’esistenza di quelle situazioni da parte dei paesi “ricchi”, sull’acquiescenza delle masse, sulla negazione che in questo vi è una nostra colpevolezza e responsabilità?

    Senz’altro tu te lo chiederai e probabilmente molte delle persone che frequenti, per non parlare poi delle molte e importanti donazioni della tua famiglia che hanno permesso di andare avanti in molti contesti.
    Ma se io andassi nel bar della mia adolescenza sottoproletaria incontrerei ancora qualcuno che, se mi sentisse parlare così, mi aggredirebbe dicendo: “Cazzo vuoi tu, *io boia?”.
    Io mi chiedo che cosa racchiudino queste rozze parole. Grande ignoranza in un ambiente degradato? Eppure sono ragazzi capaci di grande generosità. Intuitiva coscienza sulla sconfortante condizione di impotenza nella quale versiamo? Forse, senza bisogno di tante elucubrazioni mentali.

    E’ un mondo difficile e complesso quello nel quale viviamo.
    Anch’io provo smarrimento.

    IN CASA PROPRIA? NON DI DEVE!
    E altrove?

    Un caro saluto
    Marcello

    ____________
    PS: e già che ci siete, se lo ritenete giusto, voi che passate da qui, firmate questa petizione: http://www.msf.org/petition_india/italy.html

  5. @ Marcello
    Come non darti ragione!
    Voglio fare anch’io un’esperienza con MSF. Verrò a chiederti delle cose.
    Firmata la petizione, ovviamente.

    ___________

    @ juliette
    Dormi bene, amore mio
    :*
    :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:

  6. Grazie Macello. La tua presenza mi onora molto. Grazie. 😀

  7. @ Marco

    Avrei una gran voglia di coccole in verità …
    Dormi bene anche tu, mio Tato prediletto
    Ti abbraccio e ti bacio
    :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen:

  8. Marcello!
    Non posso crederci … anche tu qui!
    DEVO, VOGLIO assolutamente vederti!
    :*

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